Da anni, nella casa di famiglia, è appeso in salone un quadro di Simon-Auguste, pittore francese conosciuto per le sue opere intimiste e i suoi ritratti. Le sue quotazioni non sono elevate (non ho un Picasso in casa!), ma, per essere sincera, questo dipinto mi è sempre piaciuto. Forse si intitola Au café (non si sa con certezza), anche se l’artista ha dipinto diverse opere su questo tema. Non ho idea della data di realizzazione, ma penso che risalga ai primi anni Settanta, a giudicare dagli abiti indossati dagli avventori di questo bar, o meglio, di questa brasserie chic.

Simon Auguste Foto Humbert
In primo piano, su un tavolino rotondo, si vedono una tazza da caffè vuota e, probabilmente, un bicchiere di Suze, un aperitivo a base di radici di genziana, dal colore giallo dorato e dalla gradazione alcolica relativamente bassa. In quel bicchiere, la Suze sembra essere stata diluita con dell’acqua o con del ghiaccio ormai sciolto.
(Un piccolo consiglio per chi è fanatico dello Spritz: per cambiare, potete provare la Suze con il Prosecco!)
La Suze, in genere, si consuma come aperitivo, ma in questa scena sembra essere bevuta come digestivo.
Ma chi è seduto a quel tavolino?
Potrebbe essere l’artista, che ha finito il caffè e sta per bere la Suze, osservando gli habitués della brasserie o del café. Oppure potrebbe trattarsi di una coppia, come quella in secondo piano: la donna appoggiata all’uomo, che la stringe a sé.
O forse siamo noi, gli spettatori di questa scena, che l’artista, con un gioco di prospettiva rialzata, sembra voler far sedere a quel tavolino, dopo aver consumato un caffè o con la tentazione di bere una Suze on the rocks.
Alla nostra sinistra, una colonna completamente piatta, senza ombre né prospettiva, blocca in parte la visuale. Di fronte a noi, un uomo di spalle legge attentamente un giornale. Un cameriere, vestito secondo la tradizione dei locali di un certo livello, sta servendo una birra, una bionda.
Poi, in fondo, un lungo specchio ricopre tutta la parete del locale. Affermo che si tratti di uno specchio perché si notano dei riflessi bianchi un po’ ovunque.
Ma nessun cliente vi si specchia.
Strano, no? Che cosa potrebbe significare?
Che questa scena è inventata e che i personaggi, essendo immaginari, non possono riflettersi? O semplicemente che l’artista non aveva intenzione di riprodurre tutta la scena nello specchio?
Nessun effetto speculare.
Anche le dimensioni degli oggetti sono curiose. La tazza in primo piano, per esempio, è sproporzionata: sembra molto più grande di una normale tazza da caffè.
Il cucchiaino è posto a destra, il che potrebbe suggerire che la persona che ha bevuto il caffè sia destrimane. Ma c’è un altro particolare: il cucchiaino punta in direzione della giovane coppia abbracciata in secondo piano.
Chi ha bevuto tutto il caffè ha forse ascoltato l’altra persona, seduta accanto, che ha ordinato la Suze. Essendo una bevanda piuttosto amara, tradizionalmente associata anche ai gusti maschili, potremmo immaginare che il personaggio di destra sia un uomo e quello di sinistra una donna.
Visto che il bicchiere è ancora quasi pieno e che il ghiaccio si è sciolto, forse lui ha parlato molto e lei ha ascoltato il suo discorso.
Ma lei ha indicato con il cucchiaino la coppia abbracciata, quasi volesse fargli notare quanto la loro relazione sia diversa. Forse sono una vecchia coppia stanca, oppure una coppia recente che già non funziona.
Si nota una divisione netta tra i due: la tazza e il bicchiere sono molto distanti.
Guardate, in secondo piano si vedono tre gomiti piegati: quello dell’uomo che legge il giornale e quelli della donna e dell’uomo abbracciati.
Secondo una lettura simbolica, il gomito può essere associato alle difficoltà relazionali, a qualcosa che non funziona più, che dà fastidio, che fa male.
E che cosa potrebbe essere successo?
Forse l’indifferenza.
L’uomo che legge il giornale è completamente assorto nella lettura, senza nemmeno prestare attenzione al cameriere che lo sta servendo. Legge e basta.
La tazza da caffè è sproporzionata e forse indica una donna prepotente, troppo esigente, che ha fretta di vivere un’altra relazione o che, almeno, lo desidera.
Questa tensione sentimentale viene messa in scena in un ambiente poco rumoroso, immerso in una luce quasi soffusa. La mancanza di profondità prospettica contribuisce a creare un’impressione di silenzio, un’atmosfera acustica molto soft.
Siamo davanti a una scena con poche effusioni, poche emozioni.
I colori, tra il grigio, il marrone, il beige chiaro e il rosa pallido, esprimono freddezza e mancanza di sentimenti.
Le due enormi lampade rosa sopra la giovane coppia non emanano luce. Sono spente, come probabilmente si è spenta anche questa «giovane» relazione d’amore.
E vi chiedo: in questa tela, qual è l’unico elemento vivo?
Il cucchiaino.
Perché indica una coppia che sembra ancora innamorata.
La donna fantasma (fantasma perché non si vede) del primo piano indica disperatamente al suo compagno, altrettanto invisibile, che parla, parla e non beve la sua Suze con il ghiaccio ormai sciolto, il proprio bisogno d’amore.
Siamo in un film di François Truffaut, come Domicile conjugal (Domicilio coniugale) del 1970 o La Peau douce (La calda amante) del 1964.
Ritroviamo il conformismo borghese, la perdita della passione, la stanchezza coniugale, il desiderio di evasione e l’ipocrisia della routine matrimoniale.
Temi che questa tela così anodina, discreta, carina da guardare, sembra nascondere dietro la sua apparente semplicità.
Due coppie, una visibile e l’altra no. Due storie forse diverse, ma accomunate dalla stessa stanchezza sentimentale. Un abbraccio sotto due lampade spente, una tazza vuota, un bicchiere di Suze con il ghiaccio ormai sciolto.
Un cucchiaino, un gesto muto, un desiderio inascoltato che tenta di rompere l’indifferenza. Ma nessuno sembra accorgersene.
Forse, in questo café, non è soltanto il caffè a essere finito…






