Una piccola digressione su Cartesio prima di scoprire un grande Barolo
Possiamo dubitare di tutto, ma, nel farlo, una cosa resta indubitabile: il fatto stesso di dubitare e dunque di pensare. Cogito, ergo sum. Penso, dunque sono.
Ma, osserva Cartesio, se deduco la mia esistenza dal pensiero, allora esisto come cosa pensante (res cogitans).
René Descartes, nel Discorso sul metodo del 1637, introduce il celebre principio “penso, dunque sono” come fondamento di una nuova concezione della conoscenza. Attraverso il dubbio sistematico decide di non accettare nulla come vero se non ciò che appare con assoluta evidenza. Dubitando di tutto, dal mondo materiale fino a Dio, scopre tuttavia una certezza indubitabile: il fatto stesso di dubitare implica che esista un soggetto che pensa. Da qui nasce il cogito, la consapevolezza di essere una “sostanza pensante”, un’anima dotata di ragione. La conoscenza trova così la propria origine nella soggettività pensante e non più nell’autorità o nella tradizione.
Sebbene sul sito dell’azienda Cappellano il Barolo Piè Rupestris venga “abbinato” a una citazione sull’invecchiamento tratta dal celebre psicanalista americano James Hillman, confermo la mia scelta di utilizzare Cartesio, e non Hillman, per illustrare questo vino eccezionale. Va precisato, tra l’altro, che Hillman non nutriva alcuna simpatia per Cartesio.
Ogni bevitore può infatti dubitare nella valutazione di un Barolo. I nostri sensi sono fonti di possibile errore; l’allenamento derivato da centinaia di degustazioni e l’esperienza di Barolo bevuti negli anni costruiscono una conoscenza gustolfattiva significativa, ma mai definitiva. Possiamo sempre dubitare del nostro giudizio.
Bere Piè Rupestris richiede allora un azzeramento delle nostre false conoscenze e delle opinioni enologiche sedimentate, per arrivare a ciò che potrei chiamare l’iperarchetipo del Barolo, usando deliberatamente un termine legato all’archetipo, così centrale nella psicoanalisi di Hillman.
Esistono Barolo di grande eleganza, di grande forza, di incredibile bellezza enologica. Ma questo Barolo è il Barolo nella sua totalità: nella complessità gustolfattiva, nell’austerità, nella potenza tannica, nella capacità di invecchiamento, nella forza alcolica.
Dai Barolo di Cappellano discendono tutte le possibili declinazioni del Barolo, ognuna con una propria personalità che ciascuno potrà apprezzare più o meno.
Dalla sua degustazione nasce una certezza cartesiana: bevo, dunque sono. Mentre dubito, penso; e mentre penso, esisto. E qui andiamo oltre Descartes: mentre bevo, scopro una verità assoluta. Il cerchio si chiude: dalla verità assoluta riscopro la mia soggettività pensante, che conferma che ciò che bevo è unico. Che cosa ne avrebbe pensato Cartesio?

Foto Humbert
Degustazione
Il tappo è risultato perfetto e non ha creato alcuna difficoltà in fase di estrazione.
Colore rosso mattone tendente all’ambrato, limpido, con leggeri residui sul fondo della bottiglia.
Olfatto di grande complessità e intensità:
fruttato: frutti rossi, ciliegie sotto spirito, prugne molto mature;
floreale: viola, rosa;
vegetale: tartufo nero, sedano selvatico;
speziato: vaniglia, pepe nero, liquirizia;
empireumatico: cacao, nocciole tostate.
Bocca: vino dotato di bella freschezza, generoso e morbido. I tannini sono potenti e, dopo vent’anni di invecchiamento, perfettamente integrati nella struttura. Si avvertono sensazioni di sapidità e di nota iodata. Vino robusto e maturo. Lunghissima persistenza gustolfattiva.
Equilibrato e armonioso, complesso, perfetta espressione del Nebbiolo e del terroir del vigneto Gabutti di Serralunga d’Alba.
Vino da occasioni importanti, da condividere solo con le persone più care.
Temperatura di servizio: 17 °C.
Abbinato a cappelletti in brodo di cappone di Morozzo e a lenticchie con cotechino alla vaniglia Saronni di Castelvetro Piacentino. Abbinamento eccellente.

Foto Humbert
Il mio impianto filosofico-enologico
Non posso mai essere certa che ciò che percepisco sia oggettivamente vero, ma posso essere certa dell’atto stesso del percepire. Come Cartesio non fonda la verità sul mondo, ma sull’atto di pensare, io non fondo il vino sul vino, ma sull’atto del degustare.
Quando dico che Piè Rupestris costringe ad azzerare le conoscenze pregresse, sto descrivendo una vera e propria epoché fenomenologica, molto più vicina a Husserl che a Hillman, anche se uso il suo linguaggio.
La mia idea dell’“iperarchetipo del Barolo” significa che Cappellano non produce una variante del Barolo, ma una forma originaria, quasi platonica, da cui le altre si differenziano.
Per me la verità del vino non è nel vino ma nell’esperienza del vino che si impone alla coscienza con evidenza, esattamente come il cogito.






