Ci tornerò alla fine del racconto della mia esperienza presso il ristorante tristellato Piazza Duomo di Alba.Il menu degustazione Art Bites propone un incontro tra arte e cucina: quattro portate ispirate a opere o artisti celebri. Non è semplicemente un pasto, ma un percorso visivo e concettuale in cui ogni piatto diventa una piccola installazione.
L’inizio: l’orto come tavolozza
L’esperienza si apre con una sequenza di piccoli antipasti vegetali provenienti dall’orto dello Chef. Foglie, germogli e minuscole verdure vengono serviti con strumenti quasi chirurgici: lunghe pinzette che permettono di estrarre minuscoli rametti o foglie immerse in salse e condimenti.
Il gesto ricorda quello di un restauratore davanti a un affresco o di un botanico che osserva una pianta rara. La cucina qui non è più solo nutrimento. È osservazione, precisione, quasi un rito.
Gaudí: il Mediterraneo come esplosione cromatica
Il piatto ispirato ad Antoni Gaudí è forse il più spettacolare.
Una grande stella colorata costruita attorno a gamberi liguri, salsa verde, crema di ricci di mare e crema di arance amare. Il tutto accompagnato da un brodo di gamberi, una cialda di furikake e un gelato alle mandorle sospeso tra crema, spuma e semifreddo.
Il gusto della mandorla è potente, immediato, sensuale.
È un piatto mediterraneo nella sua essenza, che gioca con colori e consistenze proprio come l’architettura di Gaudí gioca con la luce e la ceramica.
È stato il mio piatto preferito per personalità e armonia.
Tra Klee e Kandinskij: l’astrazione nel piatto
Seguono interpretazioni dedicate a Paul Klee e Wassily Kandinsky.
Qui la cucina diventa quasi pittura astratta: salse, colori e forme dialogano tra loro come linee e campiture su una tela.
Il palato si muove tra note delicate e improvvise accelerazioni di gusto.
Kiefer: materia e combustione
Ho ordinato anche il piatto dedicato ad Anselm Kiefer.
Salse color fumo chiaro, polveri nere che evocano le superfici bruciate tipiche delle sue opere. Il riferimento non è casuale: nello scalone del ristorante è presente una grande opera dell’artista.
Nel piatto troviamo una fetta sottilissima di seppia appena scottata con crema di cardo, acciughe e polvere di nero di seppia.
Una composizione austera e quasi minerale, dove il colore riflette la fragilità della vita.
Il dolce: Van Gogh
Il dessert si ispira alle opere di Vincent van Gogh.
Un riz au lait ricoperto da granite dai colori pastello, leggermente profumate ai piante aromatiche come la menta . Il piatto appare come una tela impressionista: tocchi di colore, leggerezza e luminosità.
L’ultima opera
Il percorso si conclude con un omaggio a David Tremlett, che richiama la celebre cappella colorata della SS.Madonna delle Grazie a La Morra.
Colori, profumi e geometrie trasformano il dessert finale in una piccola architettura commestibile.
Tecnica e complessità
La cucina di Crippa è indiscutibilmente straordinaria per tecnica, creatività e qualità degli ingredienti. Tuttavia, la notevole presenza di salse e la complessità dei sapori possono creare un paradosso.
Le salse riprendono perfettamente i colori delle opere d’arte. È una scelta coerente con il concept del menu.
Ma a un certo punto il palato cerca la materia prima nella sua nudità. Cerca la sostanza più che la fluidità.
Ed è proprio qui che mi è tornato in mente Bauman.
La modernità liquida nel piatto
Nel suo libro Liquid Modernity, Bauman descrive la nostra epoca come una società liquida.
Liquido significa mutevole, instabile, in continuo movimento.
Le strutture sociali, economiche e culturali non hanno più la solidità del passato.
Tutto cambia rapidamente. Tutto diventa obsoleto in poco tempo.
Nel libro Liquid Love, Bauman applica questa idea alle relazioni umane. L’amore, nella società contemporanea, rischia di perdere profondità trasformandosi in un’esperienza fragile, consumabile e sostituibile.
In una cultura che cerca soddisfazione immediata, risultati senza fatica e gratificazioni istantanee, anche l’amore rischia di diventare una merce.
Senza umiltà, fede e coraggio non esiste amore autentico.
Dal “morso” all’idea
Perché citare Bauman parlando di cucina?
Il nome del menu Art Bites significa letteralmente bocconi d’arte.
Piccoli morsi, piccole esperienze.
Ma la parola bite suggerisce anche qualcosa di rapido, immediato, quasi effimero.
Ed è qui che emerge il parallelismo con la modernità liquida.
Nel menu dello Chef Crippa troviamo una straordinaria successione di forme, salse, consistenze fluide, trasformazioni. I piatti cambiano rapidamente davanti agli occhi e al palato, come piccole apparizioni.
Sono intensi. Memorabili.
Ma anche fugaci.
Come molte esperienze della nostra epoca.
Conclusione
Alla fine della degustazione, mentre i colori dei piatti e la successione delle salse si dissolvono lentamente nella memoria. Il menu Art Bites di Enrico Crippa al ristorante Piazza Duomo è un trionfo di tecnica, immaginazione e cultura visiva. Ogni piatto è costruito come un’opera d’arte: stratificato, complesso, mobile. Nulla è statico. Tutto scorre tra creme, brodi, spume, emulsioni.
È una cucina che vibra, si trasforma, si muove.
Ma proprio questa fluidità suscita una domanda quasi filosofica: che cosa resta alla fine dell’esperienza?
Bauman descrive una società in cui le forme solide si dissolvono e lasciano spazio a relazioni fragili, temporanee, continuamente sostituibili. Anche l’amore, scrive nel suo Liquid Love, rischia di diventare un’esperienza consumabile: intensa ma breve, desiderata ma instabile.
Davanti a questo menu si percepisce qualcosa di simile.
I piatti sono straordinari, seducenti, sorprendenti. Ma la loro ricchezza liquida, la molteplicità delle salse e delle consistenze, sembra quasi raccontare la stessa tensione della nostra epoca: l’abbondanza dell’esperienza e, nello stesso tempo, la sua fragilità.
A un certo punto il palato cerca la materia, la sostanza, la radice del gusto. Cerca qualcosa che resista.
Forse è proprio questo il paradosso più interessante della grande cucina contemporanea: mentre celebra la libertà creativa e la metamorfosi continua, ci ricorda anche quanto abbiamo bisogno di solidità.
Perché il desiderio, come l’amore, non vive solo di istanti spettacolari.
Ha bisogno di tempo, di profondità, di memoria.
E così, uscendo dal ristorante, resta una sensazione doppia: l’ammirazione per un’esperienza gastronomica straordinaria e, insieme, una domanda silenziosa.
In un mondo sempre più liquido, che cosa rimane davvero nel tempo: il boccone o il ricordo?






