In un lungo e labirintico infernot, probabilmente collegato all’antica chiesa parrocchiale di Sant’Andrea di Castiglione Tinella, riposano vecchie bottiglie di Barbera e Dolcetto. Il produttore ha avuto la gentilezza di regalarmene alcune perché potessi assaggiarle.«Hanno quasi cinquant’anni», mi ha precisato. «Le ho imbottigliate io, me lo ricordo bene.»
Oggi ne ho aperta una.
Vetro nero, tappo di sughero privo di capsula. Una polvere color cenere disegna meandri e crateri, come la superficie della Luna.
Il tappo era friabile, ma ancora umido. A metà estrazione si è spezzato ed è precipitato nel vino, quasi fosse il suo ultimo gesto di libertà dopo cinquant’anni trascorsi a custodirlo.
I primi aromi che percepisco sono quelli della prugna sotto spirito e dell’humus.
Dopo un leggero filtraggio direttamente dalla bottiglia al bicchiere, osservo un colore ancora sorprendentemente vivo: un rosso granato leggermente velato, scuro e profondo.
Al naso rimango sorpresa dalla nitidezza dei profumi. Emergono note di prugna, ciliegia surmatura, sentori vegetali di muschio e sottobosco, accompagnati da eleganti aromi terziari di pellame. Una sorpresa per un vino di un’età così avanzata.
Al palato, invece, la Barbera rivela il peso del tempo. La sua tipica acidità si è trasformata in una sensazione che ricorda quasi un aceto dolce, simile all’aceto di mela ma più delicato. Compare anche una lieve nota metallica, che richiama il ferro o il rame. L’alcol è ancora presente, ma ormai poco percettibile; i tannini sono quasi del tutto scomparsi e la struttura del vino appare esile. Il finale lascia un ricordo di prugna sotto spirito, accompagnato da una persistente sensazione acetica.
In conclusione, dal punto di vista visivo il vino appare conservato in modo eccellente per la sua età; olfattivamente rimane ancora interessante, con aromi persistenti e ben definiti. Gustativamente, invece, ha ormai superato il proprio apice evolutivo, penalizzato dalla perdita di equilibrio, dalla probabile acidità volatile e da una struttura ormai esaurita.
Questa bottiglia possiede soprattutto un valore storico e didattico. Non era più una Barbera da bere. Era una Barbera da comprendere. È la dimostrazione di come quasi mezzo secolo di lenta evoluzione possa trasformare profondamente un vino. Un’esperienza preziosa, che merita di essere ricordata.

Barbera appena filtrata nel bicchiere
Un verre de Barbera d’un demi-siècle
Un verre de Barbera d’un demi-siècle
trône sur un petit guéridon Liberty.
Montent jusqu’à nos narines des arômes de fruits cuits,
enivrés d’alcool, de sous-bois,
où le noisetier, le chêne et l’érable
entrelacent leurs branches en toute amitié
et s’assoupissent lorsque la chaleur de l’été
embrase la terre blanche et poussiéreuse.
Des notes de mousse gorgée d’eau,
d’un automne pluvieux,
de fourrure et de cuir,
se mêlent, puis s’estompent doucement,
laissant renaître la prune macérée dans l’alcool.
En bouche, le vin s’essouffle.
L’acidité, autrefois vive,
est devenue presque un vinaigre doux.
Un goût de cuivre tapisse le palais,
et l’alcool, jadis chaleureux,
s’est réduit comme une peau de chagrin.
Quel étrange témoin d’un demi-siècle,
enseveli sous les fondations du XVIIIᵉ siècle
de la vieille église Saint-André,
protecteur des pêcheurs.
Mais de quelle mer ?
De cette mer disparue, qui laissa derrière elle ces collines où la vigne apprit à remplacer les vagues.






