Generalmente non tratto prodotti legati al mondo del vino nei miei articoli, ma qualche settimana fa sono stata contattata da Mattia Franzelli, che mi ha presentato il suo lavoro e la sua arte, portandomi dentro il suo universo creativo. Nel suo atelier, barrique e botti che un tempo respiravano insieme al vino rivivono in forme inattese: diventano installazioni, frammenti poetici di legno, oggetti d’arredo che trattengono la memoria del loro passato.
Guardando le immagini dei suoi lavori, si avverte subito una specie di quiete luminosa. La delicatezza con cui Mattia interviene sulle doghe, la manualità paziente, il rispetto profondo per ciò che il legno ha custodito. Ogni barrique, prima serva fedele del vino, diventa tra le sue mani un’opera d’arte che accoglie un nuovo sguardo sulla vita. È un lavoro che ho trovato lodevole, capace di restituire dignità al tempo e alla materia.
C’è finalmente un riciclo intelligente, vivo. Ciò che un tempo era un semplice oggetto funzionale torna a essere un racconto. Le doghe, tinte dai tannini, mostrano il passaggio degli anni come una pelle che non mente. E proprio da questo legno esausto nasce qualcosa di sorprendente.
Le tessere lignee si dispongono in un mosaico che ricorda un grande domino emotivo: rossi carminio che si frangono in sfumature, linee che si piegano in onde, movimenti che sembrano seguire il ritmo segreto delle colline e dei vigneti. I tagli scuri affondano come antiche insenature su un litorale dimenticato, mentre forme spiralate, composte da minuscoli pezzi tagliati di sbieco, emergono come ammoniti riemerse da un mare fossile. Ogni creazione di Mattia è un equilibrio tra gesto umano e tempo naturale.

foto Humbert Faggio
Mentre osservavo le sue opere, mi è tornato alla mente un albero che porto nel cuore: il grande faggio pendulo dei Giardini Reali di Torino, piantato dopo il 1837. Lo vado a osservare spesso, affascinata dalla sua bellezza e dal mutare dei colori delle foglie secondo le stagioni. Emanerebbe una saggezza antica, una dolce compassione e una delicatezza d’animo che sembrano appartenere a un altro tempo. Avvicinandosi, un profumo di incenso dolce invade l’aria. Perché? Qualcuno, forse, lo posa discretamente ai piedi del tronco per cercare uno stato d’animo particolare. Rimane il fatto che quell’albero sa donare un istante quasi mistico, ciò che molte culture asiatiche cercano attraverso la meditazione e chiamano Nagomi, Nirvana, Turiya o Moksha.
Un giorno, anche quel faggio si assopirà sul suolo, come un grande Buddha sdraiato, e si decomporrà. E allora mi sono chiesta: se un frammento di quel tronco secolare arrivasse fra le mani di Mattia, quale creatura nascerebbe?
Quale memoria di tre secoli di storia italiana potrebbe emergere? Quanti occhi lo hanno visto crescere? Migliaia, forse. E di chi? Da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele II, da Umberto I a Camillo Cavour, da Massimo d’Azeglio a viaggiatori illustri come Alexandre Dumas, George Sand, Herman Melville, Friedrich Nietzsche…
Quante vite, quante voci, quante contemplazioni raccolte nelle sue nervature.
A te rispondere, Mattia.
Vi invito a consultare il suo sito, dove troverete fotografie splendide delle sue opere: barriqade






