Martedì 5 luglio 2026 ho letto con curiosità, sulle pagine de La Stampa, un articolo della giornalista Lara Loreti intitolato «Il Riesling che i tedeschi ci invidiano». Confesso che mi ha fatto sorridere. L’articolo ripercorre la scelta pionieristica e rischiosa del produttore monfortese Sergio Germano, che nel 1996 decise di piantare barbatelle di Riesling Renano nelle Langhe. Un’intuizione che si è rivelata vincente: oggi il suo Riesling Hérzu è apprezzato e venduto in tutto il mondo. (Una piccola osservazione: il nome del vino è Hérzu, con l’accento acuto sulla “é”. Quando si parla di un’etichetta così conosciuta, credo sia importante riportarne correttamente il nome.) Successivamente la giornalista spiega la differenza tra un Riesling delle Langhe e un Riesling renano. Secondo l’articolo, tutto dipenderebbe dal terreno e dall’altitudine. Lungo il Reno i suoli, ricchi di ardesia, danno origine a vini sottili, affilati e verticali; nelle Langhe, invece, i terreni calcarei conferirebbero maggiore pienezza e struttura. L’articolo si conclude poi con l’esperienza di Andrea Farinetti e di Fontanafredda.
Per avere un parere autorevole telefono a Franco Ziliani.
«È molto buono. Lo conosco benissimo. Nelle prime annate Sergio Germano aggiungeva una piccola percentuale di Chardonnay o Sauvignon Blanc al Riesling Renano. Comunque il primo produttore a proporre il Riesling nelle Langhe è stato Aldo Vajra nel 1985, undici anni prima del “pionieristico” Germano. Ho bevuto bottiglie con oltre dieci anni di evoluzione ed erano magnifiche. Sviluppano la classica nota di idrocarburo, ma più delicata rispetto ai Riesling renani.»
Anch’io ricordo una visita alla cantina Vajra, nel lontano 2009. Oltre ai Barolo e ai Nebbiolo, degustai anche il loro Riesling e ne conservai un ottimo ricordo.
Del resto, i miei primi incontri con questo vitigno risalgono ai Riesling dell’Alsazia, quelli che hanno formato il mio gusto. Quel profilo preciso e netto, quella tavolozza aromatica che spazia dai fiori agli agrumi, dalla frutta esotica alle spezie, continuano ancora oggi a influenzare il mio giudizio.

Cattedrale di Strasburgo Foto Humbert
Un grande Riesling lo riconosci subito: al primo sorso hai l’impressione di essere proiettato verso l’alto, fino alla punta della guglia della cattedrale di Strasburgo. È una sensazione di elevazione, di tensione, di straordinaria verticalità.
Per comprendere davvero il Riesling bisogna prima imparare a conoscere i terroir alsaziani, straordinariamente complessi. Si passa, ad esempio, dai calcari gessosi dell’Altenberg de Bergbieten al granito di Turckheim, dai calcari del Bruderthal ai calcari e alle marne dell’Oligocene con ciottoli di arenaria di Eguisheim, fino ai terreni granitici di Dambach-la-Ville.
Ma, se vogliamo essere davvero precisi, in Alsazia si distinguono una decina di grandi famiglie geologiche: terreni granitici e gneissici, scistosi, vulcanici e arenacei ai piedi dei Vosgi; poi calcari, marno-calcarei, marno-arenacei, marno-arenaceo-gneissici, calcareo-arenacei e argillo-marnosi nelle colline sotto-vosgiane.
Ogni parcella si esprime nel bicchiere in maniera diversa. Esistono Riesling di grande struttura e Riesling sottilissimi; vini delicati e vini potentemente aromatici; interpretazioni tese, austere o caratterizzate da una mineralità impressionante. Tutto dipende dal terroir, cioè dalla geologia, dal clima, dall’esposizione e naturalmente dal lavoro del vignaiolo.
Per questo motivo non esiste il Riesling, ma i Riesling.
Sarà il consumatore a scoprirli e ad amarli secondo la personalità di ciascun territorio.
Ecco perché mettere semplicemente a confronto un Riesling delle Langhe con un Riesling renano o della Mosella mi sembra una semplificazione eccessiva. Il vino racconta storie molto più complesse e merita di essere osservato nelle sue infinite sfaccettature, senza fermarsi alle spiegazioni più immediate.
Da un articolo di due pagine pubblicato su La Stampa mi sarei aspettata un approfondimento maggiore. Ho avuto la sensazione che l’articolo privilegiasse un taglio promozionale rispetto a un reale approfondimento del vitigno.
Quanto agli abbinamenti proposti, vengono suggeriti la carne cruda all’albese, Chitarra al tartufo estivo (ingrediente non proprio alla portata di tutti), la cucina esotica, i caprini freschi e erborinati. Abbinamenti condivisibili, ma piuttosto prevedibili.
Io ne aggiungerei altri.
Provate un Riesling con fiori di zucchina fritti, con un tonno di coniglio, con una pasta al ragù bianco, con un risotto ai frutti di mare o ai gamberi. Splendido anche accanto alla Robiola di Roccaverano.
E per il dessert?
Pesche e amaretti. Un grande classico piemontese, perfetto per concludere il pasto con una nota fresca, fragrante ed elegante.
Auf Wiedersehen.






