Secondo la più grande studiosa di ampelografia italiana, la bravissima (e affascinante) dottoressa Anna Schneider, ricercatrice del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) presso l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante di Grugliasco (Torino), docente di Ampelografia presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, autrice di numerose pubblicazioni scientifiche sui vitigni autoctoni italiani, sulle relazioni genetiche tra varietà e sull’identificazione molecolare delle cultivar attraverso analisi del DNA, il vitigno Freisa le cui prime notizie relative ad una sua presenza in Piemonte risalgono al XVI secolo, potrebbe essere il genitore (madre o padre non si sa ancora…) nientemeno che di Re Nebbiolo.
Io, che sono solo un vecchio cronista del vino e non uno studioso di ampelografia come la Schneider, il professor Attilio Scienza o altri “cervelloni so unicamente che la Freisa, quella ferma, non quella vivace molto diffusa nell’areale di Chieri nel torinese, mi piace moltissimo, soprattutto quando esprime vini che nascono nella magica terra di Langa. Ricordo che tanti anni fa, quando conducevo tante degustazioni per l’A.I.S. in giro per l’Italia (anche a Londra) e non solo in Lombardia, organizzai per l’A.I.S. di Sondrio una indimenticabile, eroica (in tutti i sensi) degustazione di ben otto Freisa nate nella terra del Barolo e del Barbaresco. Ricordo che c’erano quelle di Beppe Rinaldi, di Brezza, Giuseppe (Mauro) Mascarello, Bartolo Mascarello, Gigi Rosso, Cavallotto, Comm.G.B.Burlotto, e persino quella che si trovava nel vigneto Francia da cui nasce il celeberrimo Barolo Monfortino Giacomo Conterno, prima che il figlio Roberto, molto diverso da quel Signore che fu il suo babbo Giovanni, decidesse di spiantarla sostituendola (le leggi del business, accidenti!) con Nebbiolo da Barolo.
Non c’era invece il Langhe Freisa di cui sto per parlarvi e che ho gustato, “stagionato” a dovere nella mia cantina per alcuni anni, nell’edizione figlia della vendemmia 2018. Parlo del Langhe Freisa 2018 denominato Alla mia Gioia, prodotto dalla piccola azienda, che si presenta come “Famiglia contadina”, Piero Benevelli in quel di Monforte d’Alba, esattamente in località San Giuseppe.
Una azienda celebrata per i suoi ottimi Dolcetto d’Alba La Costa, la Barbera d’Alba Bricco del Pilone, i Barolo Mosconi, Coste di Monforte, Ravera di Monforte, il suo Langhe Nebbiolo, ma che a me piace in particolare per questo suo Langhe Freisa.

foto Ziliani
Un vino piacevolmente “ruspante” con tutto il carattere di questa varietà da veri appassionati dei vini sinceri, schietti, tutta sostanza e niente fumo, che non ti accarezzano, sono magari un po’ ruvidi nel loro eloquio ma non ti tradiscono quando li sai “ascoltare”.
Colore rubino violaceo intenso, si presenta con un bouquet tipico, quasi selvatico, odoroso di more di rovo, ribes nero, liquirizia nera, erbe aromatiche, alloro, sottobosco e un accenno di tartufo, ginepro e pepe nero.
In bocca è largo, terroso, ampio, generoso, pepato, ricco di sapore, caldo e molto persistente, con tannini ben presenti che si fanno ancora sentire nonostante l’età e una vivace acidità che dà lunghezza e freschezza.
Una grande espressione della Freisa, che spero tanto i Benevelli vogliano continuare a produrre, per i non pochi “impallinati” di questo vitigno come me…
Abbinamento musicale
Paolo Frola in duo con Gianni Basso






