Finalmente sono diventata langarola e, dopo varie vicissitudini, eccomi di nuovo a degustare vini.Oggi vi parlerò di una non degustazione nel paese di Calosso, dove nel 2011 è nata la DOC Calosso. Il suo vitigno autoctono è l’antico e quasi dimenticato Gamba di Pernice.
Qualche giorno fa mi sono recata al ristorante Cròtà’d Calos. Si mangiano ottimi piatti della tradizione piemontese, il panorama che si gode dalla terrazza è spettacolare e la carta dei vini offre un’ampia scelta di etichette dei produttori della zona. Inoltre, il locale dispone di un magnifico crutin, le antiche cantine scavate nel tufo, ideali per la conservazione e l’invecchiamento del vino.
Al tavolo ordino gli antipasti piemontesi, i tajarin ai trenta tuorli con funghi porcini e, per non farmi mancare nulla, la faraona al Moscato. Chiedo un consiglio sulla DOC Calosso e mi viene proposto un Gamba di Pernice di Bussi Piero, di annata recente. Scelgo invece un Tenuta dei Fiori DOC Calosso 2015 di Valter Bosticardo. È stato lui il riscopritore del Gamba di Pernice e, con il supporto dell’Università di Torino, ha contribuito a riportare in vita questo straordinario vitigno. Ero curiosa di scoprire se undici anni di invecchiamento avessero giovato oppure no al vino.

Valter Bosticardo Calosso Doc Tenuta dei fiori 2015
Nel calice si presenta con un rosso rubino profondo, impreziosito da eleganti riflessi granati che raccontano il tempo trascorso in bottiglia. Al naso il vino è sorprendentemente vivo: confettura di mora e ribes nero, pepe nero, tabacco, cuoio e pellame si rincorrono con grande eleganza. Tra tutti i profumi, uno mi colpisce più degli altri: una nota che mi riporta alle vecchie sigarette francesi Gauloises, con quel carattere speziato del tabacco scuro che affascina senza mai risultare invadente.
È proprio in quel momento che nasce il rammarico. Bastano pochi secondi per capire che il vino avrebbe meritato ben altra temperatura di servizio. A circa 28 °C gli aromi risultano compressi dall’alcol e l’equilibrio del vino viene inevitabilmente alterato. Sarebbe stato ingiusto giudicarlo in quelle condizioni.
Peccato. A fine pranzo porto via la bottiglia con l’intenzione di degustarla il giorno seguente nelle condizioni ideali. Il destino, però, aveva deciso diversamente. Il sacchetto si rompe e la bottiglia si frantuma sulla stradina della vecchia Calosso, lasciando scorrere sull’asfalto arroventato quel magnifico vino, quasi dimenticato da tutti.
Mentre osservavo quella piccola tragedia enologica, pensavo a Sant’Alessandro Sauli, vescovo di Pavia e di Calosso, che celebrava la Messa presso il Castello di Calosso. Durante la Comunione beveva dal calice recitando a bassa voce: “Sanguis Christi custodiat me in vitam aeternam. Amen.”

Pubblico dominio Alessandro Sauli
Probabilmente beveva il vino prodotto in queste colline e, chissà, forse anche un Gamba di Pernice conservato con cura nelle fresche cantine del castello.
Il vescovo fu colto proprio a Calosso da una grave malattia e morì l’11 ottobre 1592, probabilmente prima della vendemmia di quell’anno. Del resto il Gamba di Pernice è un vitigno a maturazione tardiva e viene generalmente raccolto nella terza decade di ottobre.
Mi piace pensare che, prima di esalare l’ultimo respiro, abbia avuto il privilegio di assaporare nel calice quella che oggi definiremmo la magnificenza del paradiso, prima ancora di raggiungerlo.
Mica male.
Io di quel Gamba di Pernice non ho potuto assaporare nemmeno un sorso. Ne ho soltanto respirato il profumo, prima che la bottiglia si infrangesse, consacrando il suo vino all’asfalto rovente della vecchia Calosso. Alcuni vini finiscono in un bicchiere, altri entrano direttamente nella memoria. Questo appartiene decisamente alla seconda categoria.






