Questo weekend si è svolto, tra Modena, Carpi e Sassuolo, l’importante appuntamento del Festivalfilosofia. Il tema sviluppato quest’anno è il Caos.
Numerosi e importanti studiosi hanno esposto le loro riflessioni. Vorrei fare una piccola pausa nel mio consueto discorso enologico e aprire anch’io un pensiero sul caos attraverso l’arte.
Che cos’è un’opera d’arte?
Una rappresentazione della realtà? Un artefatto? Qualcosa di unico?
Le risposte sono le più varie.
Io vorrei parlarvi dell’opera d’arte come atto di resistenza alla morte.
L’Antico Egitto basava gran parte della propria civiltà sul culto dei morti. Ho scelto quindi di illustrarvi un affresco del Nuovo Regno: Le due principesse.
Prima di iniziare vorrei fare una piccola premessa. L’arte egizia, nei suoi tremila anni di storia, subì poche evoluzioni. Abbiamo tutti in mente lo stile egizio, basato su un complesso di rigorosissime e immutabili leggi. Ma intorno al XIV secolo a.C., sotto il regno del faraone Akhenaton, qualcosa cambiò.
L’arte di quel periodo iniziò a ritrarre in modo singolare il faraone Akhenaton, con un corpo esageratamente difforme: una pancia voluminosa, un collo allungato, un cranio sproporzionato e labbra carnose. Queste caratteristiche fisiche vennero imposte come nuovi canoni nelle rappresentazioni della famiglia reale.
Ne Le due principesse ritroviamo queste difformità nei corpi nudi delle due figlie del faraone.
In questa scena c’è però anche un altro elemento molto importante: la gestualità.
La mano e il polso della principessa di destra, piegati all’estremo, formano quasi la sagoma di un cigno che sfiora con grande delicatezza il mento della sorella a sinistra; questa, a sua volta, esprime il proprio affetto appoggiando la mano sulla schiena dell’altra.
Sono movimenti immaginati, irreali perché estremizzati, che intensificano la tenerezza, elemento essenziale di questa piccola scena.
I sentimenti, mai espressi prima con una tale intensità nell’arte egizia, vengono finalmente ritratti.
Perché?
L’arte di Akhenaton trasgredisce la dottrina religiosa tradizionale, rimasta per secoli fondata sulla continuità della vita oltre la morte. Nella nuova religione il mondo dei morti perde la centralità che aveva avuto fino ad allora e, quasi a compensare questa perdita, il faraone esalta l’esistenza, rivelando al mondo dei vivi la vita nella sua delicata ed estrema bellezza.
E la esprime attraverso l’arte.
Gilles Deleuze, filosofo francese del Novecento, affermava:
«Solo l’atto di resistenza resiste alla morte, sia sotto forma di un’opera d’arte, sia sotto forma di una lotta degli uomini.»
Ne Le due principesse, l’atto di resistenza si manifesta nell’opera stessa, sopravvissuta attraverso i millenni, ma anche nell’attimo che essa trattiene: una mano che sfiora un volto, un’altra che si posa sulla schiena di una sorella.
Un gesto di un’umanità toccante che sfida la morte.
E forse sfida anche il caos.
Perché il caos può essere dissoluzione: perdita dell’ordine, della forma e, nella sua espressione più terribile, dell’umanità stessa.
Basta guardare l’orrore delle nostre guerre odierne. Basta ricordare Guernica di Pablo Picasso.
Qui non troviamo più la delicatezza delle due principesse. I corpi sono frammentati, i volti deformati dal dolore, i gesti spezzati. L’essere umano sembra disgregarsi sotto la violenza.
Ma Guernica è anche la lotta di un uomo contro la guerra.
Picasso prende il caos, la violenza, la morte e li materializza nell’opera d’arte. Non ricompone ciò che è stato distrutto e non restituisce la vita ai morti. Ma trasforma la propria resistenza in un’immagine destinata a sopravvivere all’evento che l’ha generata.
Ed è qui che le parole di Deleuze acquistano tutta la loro forza.
A più di tremila anni di distanza, le due opere sembrano dirci cose opposte.
In una, una mano accarezza un volto.
Nell’altra, mani e corpi si spezzano.
Eppure entrambe resistono.
Perché l’arte non elimina il caos e non sconfigge la morte: rende visibile la lotta dell’uomo contro la loro dissoluzione e ne conserva la traccia.
Nota dell’autrice
Parte di questa riflessione nasce dal lavoro svolto per il libro Indagine sulla pittura egizia, che ho pubblicato insieme a Cristiano D’Aglio per la casa editrice Kemet. Tengo a precisarlo perché la stesura di quel volume ha rappresentato per me un lavoro lungo e approfondito: vi ho dedicato più di sette anni di studio, ricerca e scrittura e sono autrice della maggior parte del testo. Il libro è stato anche in vendita presso il bookshop del Museo Egizio di Torino. Della sua vicenda editoriale, tuttavia, conservo qualche amarezza. La casa editrice mi versò, una sola volta e molti anni fa, una percentuale sulle vendite, come concordato, ma non ricevetti informazioni precise sul numero delle copie stampate e vendute. Non fui inoltre coinvolta nella promozione del volume, alla quale veniva invitato soltanto il coautore. Recentemente ho scoperto che un sito dedicato all’egittologia ha ripreso molto da vicino alcuni passaggi del mio lavoro, indicando correttamente il libro come fonte, ma senza informarmi né attribuire direttamente a me la paternità del testo. Non scrivo queste righe per rivendicare un riconoscimento tardivo, ma per ricordare qualcosa che spesso rimane invisibile dietro una pagina pubblicata: il tempo del lavoro. Sette anni di studio, ricerca e scrittura non sono stati un esercizio superficiale. E forse anche questo, a suo modo, è un piccolo atto di resistenza contro l’oblio.






