Quando un calice diventa un gesto di dignità e di umanità
Il progetto di aprire un “wine bar” presso l’Unità di Cure Palliative del CHU di Clermont-Ferrand, in Francia, nasce da un’intuizione semplice ma straordinariamente profonda: offrire ai pazienti affetti da malattie gravi la possibilità di sentirsi ancora vivi, restituendo loro il piacere, la memoria e la dignità che spesso la malattia tende a cancellare.
L’iniziativa, nata nel 2014 per volontà della dottoressa Virginie Guastella, responsabile del servizio di cure palliative, ha dato vita a un piccolo spazio conviviale all’interno dell’ospedale, dove i malati possono condividere un bicchiere di vino con la famiglia o con il personale sanitario.
Come spiega la dottoressa Guastella:
“Una situazione può essere palliativa per diverse settimane, persino mesi, ed è proprio perché questa vita così preziosa è presente fino alla fine che abbiamo deciso di coltivare tutto ciò che di bello e di buono può offrirci.”
Il progetto si è concretizzato con l’acquisto di una cantina di vini e grazie al sostegno di numerosi produttori regionali che hanno donato bottiglie pregiate.
L’obiettivo non è curare, ma promuovere il benessere emotivo e psicosensoriale, permettendo ai pazienti di godere di un piacere autentico e familiare, radicato nella cultura e nelle abitudini di ciascuno.
Il valore umano e simbolico del vino
Un sondaggio condotto tra pazienti, familiari e operatori sanitari ha evidenziato un forte consenso: oltre l’80% degli intervistati ha riconosciuto nel vino un elemento di umanizzazione della cura, un piacere della vita capace di restituire serenità anche nei momenti più difficili.
Molti familiari hanno raccontato di aver ritrovato, in quel semplice gesto del brindisi, un frammento di normalità e di intimità. Gli operatori sanitari, dal canto loro, hanno osservato un miglioramento dell’atmosfera generale e del tono emotivo dei pazienti.
Certo, non sono mancate critiche e incomprensioni: qualcuno teme che l’introduzione del vino in contesto medico possa trasmettere un messaggio ambiguo. Ma nella realtà, ciò che emerge è un profondo rispetto per la persona, per la sua storia, per i suoi gusti e per la sua memoria sensoriale.
Cibo, vino e dignità nella cura
Le ricerche in ambito medico e psicologico concordano nel riconoscere che l’alimentazione, nelle fasi terminali della vita, non è solo un atto fisiologico, ma un bisogno relazionale e identitario.
Numerosi studi mostrano che anche un piccolo pasto, o un sorso di vino, possono attenuare lo stress, risvegliare ricordi, e riportare il paziente a un senso di appartenenza e di normalità.
Mangiare e bere non nutrono soltanto il corpo: nutrono l’anima.
In questa prospettiva, il “wine bar” di Clermont-Ferrand rappresenta un gesto simbolico di grande potenza: riconferma la centralità del piacere sensoriale come parte integrante della cura, e restituisce all’alimentazione — e al vino — la loro dimensione più umana e relazionale.
Una riflessione personale
Trovo quest’iniziativa splendida, profondamente umana e culturalmente significativa. Finalmente si afferma una visione del vino diversa da quella, spesso rigida e moralista, che domina la nostra società occidentale: un mondo che tende a condannare il vino, dimenticandone il valore simbolico, conviviale e spirituale.
Per dare un contesto più ampio, vale la pena ricordare alcuni dati tratti da un’inchiesta francese del 2020 sulle cause di mortalità:
- 80.000 persone muoiono ogni anno a causa del tabacco,
- 75.000 per malnutrizione (junk food)
- 41.000 per consumo di alcol,
- 13.000 per mancanza di attività fisica,
- e 48.000 per inquinamento.
Le nuove generazioni bevono meno vino, è vero, ma consumano in quantità crescente bevande zuccherate, energetiche o superalcoliche, spesso più nocive.
Di recente, ho assaggiato una birra Sour all’ananas della brasserie craft française Prizm Brewing Co, rigorosamente analcolica. Il colore era invitante, la freschezza immediata, ma il sapore, dolce e artificiale. Troppo zucchero, troppa distanza da ciò che considero autentico.

foto Humbert
Il vino, al contrario, conserva un legame profondo con la verità delle cose: nasce dalla terra, racconta il tempo, restituisce emozioni.
Ecco perché trovo straordinario che, persino in un contesto come quello delle cure palliative, si riconosca al vino il suo ruolo di ponte tra la vita e la morte.
È un progetto coraggioso, che restituisce dignità al malato e conforto alla famiglia. Un piccolo sorso può diventare un grande gesto di umanità.
Perché il vino, quando è bevuto con rispetto e consapevolezza, non è mai solo una bevanda:
è un linguaggio dell’anima, un modo per dire “sono ancora qui con voi”.
*Fonti: A “wine bar” at thee palliative care unit: A different way of caring, Un bar à vins au CHU de Clermont-Ferrand : “redonner de l’envie quand le goût n’y est plus” La Revue du vin de France par Mathilde Farbos e un reel dell’account Instagram le.media.vin https://www.instagram.com/reel/DPbvgd2jSTz/






